“Cosa scatena queste crisi?” “Non lo so.”

Per esperienza so che c’è sempre un fattore comune che innesca i miei crolli, e so bene quale sia. Da un anno ogni volta che vedo immagini, video o leggo di viaggi sento le lacrime scorrere, un enorme blocco di cemento che mi schiaccia a terra, spezzandomi il respiro. Penso sempre a chi sta peggio, ma non posso vivere senza ritagliarmi un momento di sano egoismo.

Sto male e non mi fotte un cazzo degli altri ora. Ci sono minuti, mezz’ore in cui non mi interessa di chi sta peggio, dei problemi altrui, mi importa solo della mia salute mentale che crolla come una frana e si sfracella a terra. Se la lascio sciogliere al sole, prima di averla rimessa in salvo mi perdo. Quindi ho bisogno di concentrarmi su di me, di lamentarmi, di piangere, di sentirmi impotente.

Odio sentirmi legata. Ingabbiata. Costretta. Impotente. Impossibilitata. Limitata.

Il viaggio, inteso come una vita vissuta a forma di sé, è la mia essenza. Ho faticato per trovare un equilibrio, io che di equilibrio non ne ho mai avuto in niente. Ho lavorato sodo per gettare le basi di una vita che fosse davvero cucita sulle mie forme, e ora sono legata. Mi sembra di essere stretta nella morsa di un’enorme anaconda, quelle che immaginavo scorressero sotto le barche in legno con cui navigavamo le rive del Mekong. Una soluzione c’è sempre, ma ora è difficile. Sarebbe come barare, credo. Che faccio, torno a casa a Bangkok per vederla svuotata della sua energia? Troppe limitazioni, che non posso controllare. Predico il non lamentarsi e agire, ma sai che c’è? Non ho forza. Iniettarmi positività tossica nelle vene è tossico, e le droghe non mi sono mai piaciute, falsano la realtà e distruggono l’uomo.

Ho messo un paraocchi, come un cavallo che segue la stessa strada guidato da un cocchiere. Sono stanca, cammino su corde da circense, in bilico. Costruisco, costruisco, ma ora è passato troppo tempo. La fiducia che avevo nel cambiamento e nella specie è sciamata, inizio a sentire freddo, a isolarmi nei miei sogni a occhi aperti. E non va bene, ho sempre sorriso all’idea di essere un po come Alice in wonderland. Ma sai che c’è? Non c’è un cazzo da sorridere. La vita va costruita qui, nel mondo reale, non nei sogni. E non voglio ricadere nel baratro di guardare i miei sogni realizzai da altri, di paure e incertezze.

C’è una via d’uscita? No. Aspettare? Partire ugualmente? Piangere e poi consolarsi? Non ho fiducia. Nel sistema, nell’autorità, nel senso civico. Mi dispiace. Non ho più voglia di compatire, essere paziente, ascoltare.

Mi sento impotente, guardo anni della mia vita che si perdono e mi scorrono davanti mentre sono inerme. Sono arrabbiata, e io non mi arrabbio mai. La libertà è l’unica cosa che importa. Per me almeno. Non voglio sentirmi dire che passerà, che devo pensare a chi sta peggio di me, o ricevere pacche sulle spalle. Voglio abbracciare il mio sano egoismo.

Ho bisogno di mettere la testa sott’acqua e avere quell’attimo di vuoto e silenzio. Fuori dal tempo, dallo spazio. Poi a galla ci si torna sempre, per ritrovare il respiro.

E non sentitevi soli, che stiamo tutti una mezza merda. Chi più chi meno.

Lucia